E il soprannome di tutti i botrugnesi?


“I ciucci te vitrugna”

La tradizione orale lo racconta in questo modo, come riferisce la

gradevole versione data da un signore, il prof. Pino Mariano-Anzilao, che,

per motivi di parentela, aveva trascorso un po’ di tempo della sua adolescenza

a Botrugno. La nota è del 5 dicembre 1971 ed è apparso sul giornale Lugano,

nome anche della città dove il sig. Mariano si trovava per motivi di lavoro:

Ho, …, un aneddoto su come … un intero paese si ritrovò al domani

proprietario di un soprannome che, a dire il vero, troppo non lo vantava. E’

un fatto che deve essere successo in tempi remoti, e sicuramente gli abitanti

di quello stesso paese di soprannomi dovevano già possederne uno. Vediamo

come riuscirono a meritarsi il secondo che, stando agli avvenimenti di cui si

resero protagonisti, certo doveva star loro più a pennello del primo.

Botrugno è il paese (nome di paese già strano). Più che un paese

Botrugno ai nostri giorni è piuttosto una cittadina. Negli ultimi anni si è

sviluppato rapidamente, forse per la stessa accresciuta importanza della

Statale Adriatica che è tangenziale ad una delle due uscite. A sentire, però,

 


Una vecchia foto di Santu Sulommu

 

quello che dicono i vecchi, a Botrugno, una volta si vedevano più pecore

che uomini. Io stesso me ne ricordo le strade non ancora asfaltate ed i soliti

quattro concittadini che la domenica mattina credevano di essere in piazza.

Ma le descrizioni dei vecchi sono certo più vicine al disastro di quanto

possono esserlo le mie invecchiate impressioni. Perché, circa trent’anni

fa, di disastri ce n’erano davvero. Tempo di guerra, tempo di fame e di

trascuratezza sia delle cose umane, sia delle divine. Ma più di queste che

di quelle. Tanto più che anche lì, quando una cosa andava storta all’uomo,

era quasi sempre Dio a rimediare qualche bestemmia. Un paese, diciamo

così, di non proprio eccellente religiosità! Non si è mai capito, però se quella

chiesetta a mezzo chilometro dal paese, chiesa diroccata, si trovasse in quelle

condizioni per incuria o per bombardamento. I vecchi dicono – continuando

i loro racconti di fame – che si trattava di incuria perché a Botrugno c’era

poco da bombardare, e che quella chiesa si trovava in quelle condizioni già

all’inizio della guerra.

Un po’ di cronaca. La chiesa si trova all’interno di un ” fondo”. Ha il

tetto sfondato, un altare che non pare più un altare, tanta erba che cresce

sul pavimento, tanti uccellini dove resiste ancora qualche trave. La chiesa

è dedicata a “Santu Sulommu” (San Salomone). Tutto intorno i contadini

lavorano. E ancora adesso qualuno arriva al ” fondo” a caval d’un asino o

d’un mulo, che lascia poi libero di pascolare.

All’epoca in cui trasferiamo il nostro aneddoto, in quella stessa chiesa

c’era una campana con il cordone del batacchio sospeso a mezz’aria. Che

ci fosse una campana là dentro, certo nessuno lo sapeva, perché altrimenti

si sarebbe provveduto subito a farla “a soldi” vendendola per ferrovecchio.

Dunque, un bel giorno, mentre tutti facevano merenda, si sentirono provevire

dalla chiesa rintocchi inconsueti, prima accennati poi più decisi, come quelli

che sa produrre un monaco che suoni a festa. La cosa dovette sorprendere

non poco. E per tutte le terre dove arrivava il suono, i contadini rimasero

con il boccone nella guancia. Ad un tratto, come se si fossero passati parola,

incominciarono a muoversi tutti verso la chiesa, mentre qualcuno mormorava

“Santu Sulommu” ? e qualche donnetta si faceva già il segno della croce. Da

lontano, insieme allo scampanio arrivò un grido: “Santu Sulommu ha fatto

il miracolo”. Tutti, allora, si misero a correre ed arrivati nei pressi della

chiesa circondata da sterpi ed arbusti, si misero ad incendiarli per farsi un

passaggio. I primi che riuscirono a passare si trovarono di fronte alla porta

marcita, che con una spallata andò giù. In chiesa c’erano gli uccellini che

cantavano, l’altare che non pareva piu un altare e l’erba del pavimento, che

un’asino avea per un attimo dimenticato di brucare per attaccarsi al cordone

penzolante della campana e darsi così alle gioie della composizione.

Quale fu il comportamento dei contadini, non saprei dire. La notizia

dell’accaduto si diffuse subito in tutto il paese. Ci fu chi rise, ma a denti stretti.

Ci fu chi invece s’intestardì a dire che il miracolo c’era, lo stesso; altrimenti,

come sarebbe entrato il ciuccio in chiesa? Le discussioni a proposito della

versione giusta nell’interpretazione del miracolo furono lunghe. Tanto lunghe

che arrivarono anche nei paesi vicini, dove fu trovata la versione defi nitiva.

Per questi, infatti, il miracolo era il ciuccio, che aveva per lo meno imparato

a suonare. Ma quanti miracoli doveva fare ancora Santu Sulommu…!

Ancora oggi, se l’F.C. Botrugno gioca fuori-casa, c’è sempre il pubblico

della squadra ospite che l’incita a gran voce: “Ciucci,Ciucci”!.

 

Lugano, 5 dicembre 1971

Prof. Pino Mariano Lanzilao

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